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Storia dell’Arte: Giovanni Fattori

Storia dell’Arte: Giovanni Fattori

By on Ago 17, 2017 in Tutto il resto | 0 comments

Giovanni Fattori nasce a Livorno nel 1825 da una famiglia modesta.
Non finisce la scuola, poichè deve aiutare il fratello nella sua attività commerciale.
Nel negozio il giovane Fattori si diverte a fare alcuni schizzi dei clienti e un socio in affari del fratello si accorge della sua propensione per l’arte.
Per imparare le basi della pittura, il padre lo affida quindi ad un pittore livornese, Giuseppe Baldini.
Nel 1846 Giuseppe Fattori si trasferisce a Firenze per studiare all’ Accademia di Belle Arti. Suo maestro è Giuseppe Bezzuoli, professore legato al purismo e al rigore classico, dal quale Fattori riprende la nitidezza e l’ordine formale nella composizione.
La figura umana e artistica di Fattori è pienamente inserita nelle vicende del Risorgimento Italiano. I moti del ’48 lo distolgono dagli studi. Infervorato da una passione patriottica giovanile e da ideali democratico-liberali, partecipa ai moti rivoluzionari come fattorino trasportando messaggi clandestini da una parte all’altra della Toscana. E’ anche testimone dell’assedio di Livorno nel 1849 e rimane profondamente colpito dal coraggio e dalla semplicità con cui affrontavano la morte i popolani livornesi che si opponevano agli austriaci. Nonostante Fattori non prenda parte direttamente ai combattimenti, questi ricordi influenzeranno la sua vita e la sua arte.
Ripresi gli studi all’Accademia, nel 1850 è solito frequentare il Caffè Michelangelo a Firenze, luogo d’incontro per numerosi artisti, fra i quali coloro che andranno a formare negli anni successivi il gruppo dei Macchiaioli, ognuno di loro animato dalla volontà di fare “guerra all’arte classica!”.
In questo periodo nelle opere di Fattori si nota un dualismo fra romanticismo storico-celebrativo e verismo; il giovane pittore affianca alla produzione di tele dal gusto tradizionalmente romantico-accademico una ricerca del vero, sopratutto nei soggetti da ritrarre.
Decisivi sono gli anni dopo il 1854 (anno in cui termina gli studi in Accademia), grazie all’incontro con il pittore realista Nino Costa.
Fra i due artisti nasce un rapporto reciproco di stima, ed è proprio Nino Costa ad indirizzare Fattori verso una carriera artistica personale, non più legata alle regole accademiche.
In questi anni Fattori si dedica allo studio dal vero della natura, facendo lunghe passeggiate in campagna e annotando le proprie osservazioni in un piccolo album tascabile, che era solito portare sempre con sé per prendere appunti e impressioni di tutto ciò che lo colpiva. In particolare si dedica allo studio di animali (cavalli) e paesaggi.
Fra il 1859 e il 1866 Fattori si entusiasma per le campagne patriottiche italiane; la lotta per il rinnovamento della patria era visto anche come il preludio per il rinnovamento tanto atteso dell’arte.
Realmente i fatti politici e la nuova visione del mondo che si sviluppò contribuirono alla nascita della visione realista.
In Italia si consolida il movimento dei Macchiaioli, decisi ad abbandonare le vecchie concezioni pittoriche e a porsi davanti alla realtà con schietta emozione, senza diaframmi letterari, attraverso un’esperienza diretta, “sperimentale” della natura.
Nel 1859, incoraggiato dall’amico Nino Costa, Fattori partecipa al concorso bandito da Bettino Ricasoli, governatore della Toscana, sui maggiori episodi delle battaglie combattute in Lombardia.
Vince con il dipinto intitolato Campo italiano alla battaglia di Magenta, nel quale è rappresentato il ritorno dei feriti all’accampamento.
Nonostante non si possa definirla un’opera macchiaiola, vi si può già riscontrare un’attenzione realista, una significativa ricerca di verità, volendo raffigurare non il trionfo e la gloria del combattimento, piuttosto le sofferenze fisiche e morali dei soldati mentre ritornano all’accampamento.
Questa ricerca di autenticità sarà un elemento sempre ricercato nella pittura di Fattori. Ma il dipinto non è seguito da un immediato successo. Le successive opere di Fattori incontrano numerosi dissensi, e i critici definivano il pittore un visionario senza talento e svogliato nello studio.
E’ un periodo difficile anche sul piano familiare a causa della morte della prima moglie per tubercolosi.
A questi anni risalgono le serie di paesaggi spogli, desolati, legati al sintetismo formale, come per esempio La Sardigna.

Nel 1867 Diego Martelli, ideologo del gruppo dei Macchiaioli, legato con una profonda amicizia a Fattori dai tempi del Caffè Michelangelo, lo invita nella sua tenuta a Castiglioncello, nella Maremma, dove ospitava altri artisti.
Qui Fattori ritrova la propria quiete, e inizia per lui un periodo fiorente.
La Maremma lo influenza profondamente per i suoi paesaggi selvaggi, nei quali Fattori percepisce la forza indomabile della natura.
Inoltre ha la possibilità di osservare, nella Maremma, le condizioni di vita della misera gente, e la dignità con cui i contadini affrontavano ogni situazione e ogni ostacolo.
Dal 1868 Fattori inizia a fare numerose esposizioni, e l’apprezzamento internazionale non tarda ad arrivare.
Il suo talento viene riconosciuto anche all’interno del mondo accademico: l’anno successivo viene nominato professore all’Accademia di Belle Arti a Firenze.
Importante fu il soggiorno a Roma nel 1873, grazie al quale approfondì la sua concezione del rapporto uomo-natura, che aveva cominciato a svilupparsi grazie al soggiorno in Maremma.
Secondo Fattori la natura è una vivente energia, e uomini e animali sono manifestazioni erompenti di questa energia.
Questa concezione diventa evidente nelle sue opere, dove sacrifica le regole formali del disegno all’intensità dell’espressione. Il disegno è energico, vivace, e i colori non sono più brillanti e applicati per contrasto, ma devono avvicinarsi il più fedelmente possibile alla realtà della vita nei campi, devono dare il senso fiero e drammatico della miseria sociale dei contadini.
Si parla di verismo sociale, evidenziando l’attenzione particolare che Fattori riserva ai butteri della Maremma.
Insieme ad una profonda riconsiderazione dell’uomo, Fattori recupera l’interesse per il ritratto. A questo periodo risalgono i suoi ritratti migliori, nei quali ama raffigurare la seconda moglie, sposata nel 1891, e la figliastra, verso le quali provava un attaccamento profondo.

Infruttuosa fu invece la visita a Parigi. Nonostante una sua opera fu accettata al prestigioso Salon, Fattori non rimase particolarmente colpito dalle novità pittoriche della città, fra le quali il movimento impressionista
Per Fattori infatti gli impressionisti facevano un’arte “senza forma, né concetto”, mentre lui sentiva ogni giorno di più l’esigenza di dare un contenuto politico all’arte.
Intorno al 1870 il gruppo dei Macchiaioli perde compattezza, ognuno si dedica ad una ricerca espressiva personale.
Anche la produzione artistica di Fattori subisce continue evoluzioni e cambiamenti, nonostante l’artista livornese non abbandoni mai i soggetti a lui cari, come la vita militare, i paesaggi rurali, la rappresentazione di animali, soprattutto cavalli e buoi, e la vita sociale nelle sue manifestazioni quotidiane.
Nel 1878 inizia la produzione di acqueforti, molto spesso utilizzate dall’artista come bozzetti, come avviene con i butteri.
Negli ultimi anni del 1800, di fronte alla corruzione sia politica che artistica che vede in Italia, abbandona le illusioni che lo avevano accompagnato in gioventù.
Lo sdegno verso gli artisti che facevano opere “per interesse”, cioè per denaro, piegandosi alle richieste del mercato d’arte, muta il suo atteggiamento, e le sue opere acquistano un forte accento polemico.
L’onestà intellettuale non gli aveva mai concesso di sottomettere la sua arte alle esigenze del mercato, che rovinano l’arte e gli artisti, preferendo una vita semplice e senza ricchezze al compromesso.
Fattori percepisce il senso profondo di una frattura storica, e rifiuta una società che ha ripudiato gli ideali e i valori dell’antichità.
Egli scriveva, in una lettera a Guglielmo Micheli risalente al 1907: “sdegni di piegarti e di sottometterti, e sdegni di essere costretto a uniformarti a intrighi per avere e ottenere…io vecchio livornese sto ancora col ’48…fortuna che ho 80 anni, non vedrò per lungo tempo questo marciume della società presente”.
Questo rifiuto della società a lui contemporanea si riflette nella sua pittura, che si carica di un forte senso polemico e critico.
Negli ultimi anni, i caratteri desolati dell’arte fattoriana si inaspriscono; la convinzione dell’esistenza di energie naturali che agiscono atrraverso tutte le manifestazioni di vita, è sostituita da un senso fatale e duro dell’esistenza umana. Ogni creatura è minacciata dal caso, dalla sorte, e l’uomo va incontro ad un destino ancora più crudele e senza speranze poichè gli ideali della sua gioventù sono stati calpestati, e ormai esiste solo avidità, inganno e brama di potere.
Il rancore verso la sua generazione corrotta provocava in lui rabbia; così scriveva, in “Memoria autobiografica“: “Ho passato gli anni sperando e finirò scoraggiato. Vivo in un secolo di depravazione, di falsità, di disonestà senza pari…Entrai nel mondo amando e credendo: finirò scoraggiato maledicendo”.
Giovanni Fattori muore nel 1908 Firenze.

A. Magnani

 

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